Rode (Overspin)
Chi è Rode? Parlaci un po’ di te.
Rode… è semplicemente la parte di me che non ha nessuna intenzione di crescere.
Quando e perchè hai iniziato a dipingere?
Ho iniziato a dipingere un decina di anni fa, direi per spirito di emulazione, per una forma delirante di egocentrismo, per il piacere del sotterfugio, per il bisogno di apparire, per amore del colore. Ora lo so, al tempo non ci pensavo assolutamente.
Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione?
Per quanto riguarda il writing posso dire di aver attinto da svariatissime e disparate fonti che pian piano ho cercato di abbandonare, per concedere più spazio alla mia personale interpretazione della “disciplina”. Ad ogni modo, senza andare troppo lontano e a prescindere dalle influenze stilistiche, penso di aver ricevuto fondamentali influenze attitudinali a partire dall’ambiente nel quale la mia passione si è sviluppata. Mi riferisco soprattutto al contesto pseudo rurale proprio della mie zone d’origine, un contesto che ha determinato la mia propensione verso un certo modus operandi più rivolto alla decorazione che al writing “d’assalto”.
Potresti descrivere la scena dei graffiti dei tuoi inizi? Quali erano i suoi principali protagonisti e come è cambiata in questi anni?
Quando ho iniziato la scena vicentina era in un periodo di astinenza. Grandi writers come Skah, Dextone, Onis, Kato, Nex erano ormai da tempo assenti, eppure si poteva ammirare con grande stupore la nascita di qualche focolare sparso per i vari paesi della provincia e nel capoluogo. Inevitabilmente chi ha cavalcato la passione nel tempo con particolare dedizione ha poi finito per incontrarsi e collaborare. Per quanto riguarda la scena italiana più in generale noto con ammirazione che numerosi writers che hanno ispirato i miei primi passi sono tuttora attivi e più che mai carichi. Altri hanno di recente ottenuto i riconoscimenti che da tempo meritavano, altri si sono evoluti in modo inatteso, altri sono rimasti ingabbiati nelle loro convinzioni, altri sono sbocciati e tramontati nell’arco di qualche mese, altri ancora si sono ingrassati fino ad esplodere a forza di facili chiacchere… Tra i cambiamenti recenti non si può trascurare l’apparente(?) definitivo scollamento della “scena hip-hop” (un tempo le 4 discipline godevano di un buon affiatamento, oggi pare che ognuna sia andata un po’ per la propria strada e non sarò certo io ad affermare che questo è un delitto) e la diffusione di mezzi di comunicazione “democratici” come internet (naturalmente i ben noti rischi generati da tale innovazione sono direttamente proporzionali ai ben noti vantaggi).
Oltre ai graffiti hai altre passioni nell’ambito delle arti visive? Se si, come sono nate e si sono sviluppate? Contribuiscono a influenzare la tua attività di writer? In che modo?
L’arte nelle sue svariate declinazioni è semplicemente la mia attuale ragione di vita. Da qualche anno mi sono avvicinato al mondo dell’arte contemporanea per una necessità di confronto con la realtà culturale propria del mio tempo. Un bisogno di evoluzione rivolto alla scoperta di linguaggi a me ignoti. Il writing mi ha dato molto a livello passionale ma non ho saputo trovare in esso una sufficiente fonte di appagamento, ed è per questo che la mia ricerca si è pian piano spostata parallelamente su altre forme di “espressione”. Continuo a dipingere e ad interessarmi al writing a 360 gradi, la passione è dura a morire e molti dei miei veri amici sono parte di quel mondo, ma preferisco non sovrapporre la pratica dei graffiti al resto dei miei interessi in ambito artistico. Indubbiamente l’esperienza del writing mi ha profondamente segnato, anche a livello di sensibilità, ma personalmente non sento l’esigenza di esplorare le contaminazioni legate al mondo dei graffiti, non è questo che cerco. Non rifiuto arbitrariamente la possibilità di sperimentazioni artistiche legate al writing (ad alcuni suoi aspetti in particolare) ma sono dell’idea che ogni linguaggio debba rivelarsi nella sua veste più radicale per esprimere al meglio le proprie potenzialità. Sono convinto che il modo più idoneo per valorizzare il writing rimanga quello di praticarlo e fruirlo là dov’è nato, ovvero giù in strada e non negli spazi altisonanti di musei o gallerie. Sono altresì convinto che ognuno sia libero di interpretare il tentativo di incursione del writing nel mondo dell’arte “istituzionale” (o incursione di un sistema economico nel mondo del writing, a seconda di come la si vuol vedere) come meglio crede. Ribadisco, a me questa via puzza un po’ di forzatura commerciale più che di nuova frontiera… Molto si potrebbe ancora dire ma finirei con l’annoiare anche me stesso.
Frecce, lettere, precisione, colori armoniosi e decisi rendono inconfondibile lo stile dei tuoi graffiti. Qual è stata l’evoluzione che ha subito fino ad arrivare alla forma attuale? Perchè preferisci questa tecnica alle altre?
Ho costruito le forme dei miei pezzi partendo da lettere molto semplici. Sono passato dal lettering “puro” al wildstyle per poi ripiegare su forme che basano le loro fondamenta sulle lettere ma che in realtà non si prendono grande cura di esse. L’evoluzione è dettata dall’esigenza e la mia indole mi ha lentamente portato a curare in modo quasi maniacale alcuni aspetti dei miei pezzi piuttosto che altri (mi riferisco per esempio agli abbinamenti cromatici, alla pulizia dei dettagli, al bilanciamento di alcune forme). Non mi sono mai preoccupato molto delle categorie e delle etichette (writer/non-writer, 3d/wildstle, styler/bomber etc.) poiché a mio avviso non è sempre necessario dare un nome o dei limiti di sorta al proprio operato. Mi sono accontentato di dipingere per pura necessità, divertimento e autocompiacimento (certamente alimentato dal compiacimento altrui… ci mancherebbe) lasciando aperta ogni possibilità di sviluppo o degenerazione, questo è quanto. È ovvio che un certo grado di visibilità implica confronti e giudizi ma è vero anche che ognuno nutre le proprie esigenze, le proprie spinte e soprattutto i propri gusti (rispettabili quando rispettosi). L’oggettività di giudizio è per me uno standard di massificazione alquanto deleterio e noioso, come trovo noiose e patetiche le persone che pretendono di applicare criteri di analisi oggettiva al writing, chi rivendica “libertà” e si ritrova già di partenza impantanato nei propri limiti. Fondamentale è sapere da dove si viene, si può provare ad indovinare dove si andrà per il gusto di meravigliarsi infinitamente al raggiungimento di una meta inaspettata.
Da tempo dipingi nella Overspin crew con writers di alto livello (Morki, Nolac, Shen, Sparki, Koes): hai subito l’influenza dei loro stili? Loro sono stati influenzati dal tuo stile?
Il rapporto con i miei amici e “colleghi” è per me fondamentale, va ben oltre la collaborazione e credo che questo sia abbastanza evidente anche nel nostro modo di interpretare il writing. Ogni produzione è per noi fonte di grande divertimento nonché il perseguimento di un obbiettivo comune. L’influenzarsi reciprocamente pur mantenendo un grado di riconoscibilità abbastanza accentuato fa parte dello scambio incondizionato che ha caratterizzato e caratterizza il nostro rapporto. Un alto grado di affinità stilistica e (perché no) spirito di sacrificio ci aiutano ad inventare soluzioni adattabili ad ogni circostanza, rispettando il nostro consueto modo di lavorare. Recentemente un ragazzo ci ha paragonati ad una jazz band… colgo l’occasione per ringraziarlo, è uno dei complimenti più piacevoli che ci siano stati rivolti.
Quali pensi siano le prospettive future per il writing? Che idea ti sei fatto circa l’evoluzione dei graffiti in Italia?
Il writing si barcamena tra mille risorse e mille contraddizioni, proprio per questo non è facile pronosticarne il futuro. Di un paio di cose sono certo: il writing vivrà ancora molto a lungo di sé stesso (come d’altronde ha fatto fino ad ora) e sarà come sempre regolato da una impietosa (nonché giusta) legge darwiniana per la quale chi ha davvero bisogno della sua presenza sopravviverà in esso, apportando nuovi contributi ad una storia che ha già largamente rivelato la sua autorità.
Quanto e perchè pensi conti il fattore illegalità nel mondo del writing? Sei mai stato “beccato” mentre dipingevi? Hai da raccontare episodi con la polizia?
L’illegalità è un fattore basilare nel writing. Ha sancito la nascita di un movimento che si è poi evoluto in diverse forme e concezioni ed è ancora il motore di molti interessanti apporti, nonché fonte di interminabili e inconcludenti dibattiti sulla “dignità” di tale modo di agire. L’azione illegale determina una spinta che scavalca le regolamentazioni imposte, è il frutto di una rivendicazione incondizionata dei propri spazi vitali, rappresenta la volontà di mettere in discussione l’autorità di entità sovrane, spesso indegne. È anche il gusto per la bravata, la facile dose di adrenalina quotidiana e il pretesto per dar sfogo al proprio ego. A parer mio, in tutto questo non esiste “giusto” o sbagliato”, non è possibile sedare l’istinto. Dico solo che c’è modo e modo, ovvero c’è stile e non-stile, in sostanza esiste sempre un background stilistico di cui tener conto. Per quanto riguarda me, si, mi è capitato di essere stato colto in flagrante e potrei raccontare almeno tre o quattro episodi sulle forze dell’ordine… facile fare dell’umorismo a posteriori, ma preferisco lasciar perdere, infondo ognuno (bene o male, ed è proprio questo “male” a preoccupare) fa il proprio mestiere.
Cosa ne pensi del processo di legalizzazione (vedi “The quality of life”) che la società sta cercando di apportare all’attività dei writers?
Legalizzazione di che? Forse si può parlare di un processo teso a trascinare il writing in una fossa mediatica, mi riesce difficile credere che ci siano altri propositi. Forse della vicenda “the quality of life” mi sfugge qualcosa, comunque sia, ogni tentativo di legalizzazione a scopi preventivi è destinato a fallire miseramente. L’unica tentativo che “la società” può attuare è quello di comprendere l’importanza del fenomeno, a livello urbanistico, a livello architettonico e addirittura paesaggistico! Questo è lo sforzo che si dovrebbe fare, guardare ai “segni” (portatori di innumerevoli esclamazioni di sopravvivenza, “dipingo quindi esisto”) con occhio critico. Ma mi pare inutile proseguire, l’apertura mentale globalizzata è un utopia e, che lo si voglia o no, i “segni” continueranno a moltiplicarsi. Nella legalità o meno. Con spazi appositamente adibiti o meno.
Pensi si sia creata una cultura (o subcultura) legata ai graffiti? Se si, tu ne fai parte?
Una cultura legata ai graffiti esiste e va ad alimentare una forma di cultura più ampia, quella della “strada”. Non mi riferisco ad un fenomeno culturale associato alla strada intesa come luogo di povertà o di ghettizzazione in senso stretto ma di una forma di esperienza diretta legata all’urbanizzazione feroce e tutto quello che ne consegue (risvolti psicologici inconsci compresi), un background insito nelle persone che nell’asfalto ritrovano (più o meno consapevolmente) un frammento di identità. Ad ogni modo io parlerei di cultura in senso lato, poiché noto con amarezza una tendenza alla chiusura piuttosto che all’apertura mentale di molti adepti. Subcultura forse sotto questo punto di vista, non certo per fantomatiche caratteristiche “underground” associabili al writing. Vi pare che esistano ancora i presupposti per parlare di fenomeno sotterraneo? Io non direi, anzi, parlerei piuttosto di writing come fenomeno ormai largamente storicizzato e, per alcuni aspetti, inflazionato – di massa (vedi videogiochi, abbigliamento, programmi televisivi “arredati” da writers… insomma, cultura in senso lato…). Per quanto mi riguarda credo di aver fatto la mia parte, di aver senza dubbio agito e vissuto nel rispetto di questo interessante contesto, a prescindere dai suoi aspetti negativi. Altrimenti, con grande probabilità, non sarei qui a raccontarvi le mie opinioni (e voi non sareste qui per leggerle…), no?
Troppe volte la parola graffiti viene ancora associata a parole come vandalismo o inciviltà. Come pensi si possano superare ostacoli culturali di questo tipo?
Come pretendere una distinzione netta tra writing, vandalismo o inciviltà? Non credo che da parte del cittadino medio ci possa essere comprensione profonda per un fenomeno che va volontariamente ad intaccare i modelli sociali in tema di pubblico decoro. Una distinzione motivata può essere attuata da noi, interni al “sistema”che obbediamo ad un vago codice di autoregolamentazione, ma non certo da un cittadino che si trova un flop sul portone appena riverniciato della palazzina in cui vive. Che poi campagne politiche o pubblicitarie di ogni genere abbiano raggiunto lo stesso livello di aggressiva invadenza, questo è un discorso sul quale si dovrebbe insistere… Ma non possiamo accarezzare l’idea che alla comparsa di una scratch tag sul vetro di una cabina telefonica la gente dica: “No, non si tratta di vandalismo. È writing!”. In sostanza, per superare ostacoli culturali di questo tipo potrebbero esserci 2 soluzioni (in)possibili: educare il mondo intero al writing tramite programmi di sensibilizzazione scolastici o dipingere solo su hall of fame in periferia e su muri dismessi… No, eh? Io dico che è meglio continuare a spingere come dannati, senza troppe pretese.
Quali sono le tue aspirazioni future?
Spero, in un futuro prossimo, di non dover più sbagliare per imparare.
Hai qualche consiglio da dare a chi, come te facesti anni fa, inizia a dipingere?
Il consiglio è quello di non costruirsi falsi miti, di confrontarsi sempre con i migliori, di guardare in alto. E anche se all’inizio saranno palate di merda, sappiate che un giorno tutto acquisirà un’altra dimensione. Non abbiate fretta e non limitate il vostro spirito creativo in virtù di apparenti e insulse regolette stilistiche… il passato è la terra sotto i nostri piedi ma il futuro è all’orizzonte. Gambe in spalla.
… e per finire, questo spazio è tuo. Lancia un messaggio ai lettori di www.sacrepitture.com
Che cazzo fate ancora attaccati al computer? qui non c’è nessun muro da dipingere… schizzate fuori!!


