Home » Interviste, Motoshi

Motoshi

A cura di Sacre Pitture Thursday, 18 September 2008

intervista motoshi Motoshi

Autore: Sacha Biazzo
Inviato da: Dande Data: 16-09-2008 18:19

Intervista di Sacha Biazzo per Sacre Pitture
CLICCA QUI PER ACCEDERE ALLA GALLERIA DEI GRAFFITI DI MOTOSHI

Motoshi, appartieni alla seconda generazione di writing potentini. Parlaci dei primi, di come li hai conosciuti, e cosa ti hanno lasciato.

Alla fine degli anni ‘90 la duebbikappa aveva diffuso a Potenza un bel po’ di sano writing, ma i padri portatori di questa moda bolognese a quanto ne so io erano stati Pisteo, Flow (pmc) e Robot. Di questi non ne conosco la storia quindi torniamo alla 2BK. Montereale o piazza 18 erano alcuni dei loro punti d’incontro. Noi ragazzini andavamo una marea di volte a cazzeggiare in questi posti ma non riuscivamo mai a conoscere i veri writers e neanche a rimediare qualche cannetta. Decidemmo così di cominciare ad imparare da autodidatti o a frequentare posti frequentati da altri b boy come i portici, il passeggio dei ragazzi nati stanchi. Qui ci potevi trovare l’swk, Kebo, Apice, Jitsu, dj Devasto e altri. Quelli che davvero mi hanno lasciato molto sono: Satore, Iatus, Rub (che spero di rivedere un giorno e dipingere insieme), Macro 179, Kebo e Iaron. Sicuramente c’erano e ci sono altri soggetti degni di nota ma questi sono scritti nel mio dna di writer.

Come hai conosciuto il writing, l’hip hop? Chi è stato il primo a farteli conoscere?

L’hip hop l’ho conosciuto all’età di dodici anni, ero in auto con mio zio e lui stava ascoltando una cassetta degli articolo 31 ‘fatti un giro’. Era la canzone che lo ha snervato e stava per buttare via quella cassetta quando io gli ho chiesto di regalarmela. Poi andando a scuola il mio amichetto Vincenzo mi chiese se avevo voglia di diventare un punk ma io gli ho detto: diventiamo rapper! Non mi sarei neanche immaginato quanto quella scelta poteva influenzare il nostro futuro. La musica è tutto ma non basta. La duebbikappa dominava la scena potentina in quel periodo, ma si era anche creato un nuovo fecondo clima di confronto tra diversi writers che cominciavano ad affermarsi. Cosi un giorno ad una festa dell’arte ecco il miracolo: Kebo in persona viene da me e mi porta una lista di album underground italiani che poteva passarmi, artisti di cui io avevo solo letto su aelle e per carenza di mezzi non sapevo dove trovare. Da lì una rima dietro l’altra riuscii finalmente ad ampliare i miei orizzonti. Grazie Kebo te ne sono grato.

A chi ti sei ispirato prima e a chi ti ispiri ora?

Non vi nego che iniziando a schizzare il mio lettering voleva essere due lettering anzi tre tutti insieme. Uno dei tre era quello di Iatus mentre gli altri due li avevo visti su alleanza latina magazine (di cui possiedo solo gli ultimi cinque numeri) ed erano quelli di Soev e Phase two (troppo avanti). Col tempo, poi, disegnando ho cercato di crearmi una mia identità e comunque sono sempre stato influenzato dal bombing romano. Date le mie frequenti visite alla capitale e dato che Roma è la mia città natale mi sento anch’io un po’ figlio della lupa. Con la fine di aelle e l’avvento di internet la scena italiana ha avuto una vera e propria rivoluzione. Il primo sito di writing che abbia mai visitato era artcrimes e nelle foto italiane c’era solo bol ma col tempo internet è diventato la migliore fonte.
In questi anni il sito di writing che ho visitato di più in assoluto è Melbourne graffiti, in Australia sono sempre più avanti.
Ora mi ispiro soprattutto alla grafia pura. Secondo me il lettering e il design intesi come schizzi sono lo stesso lavoro, praticamente viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda

Te li sei visti un pò passare tutti, ma tu sei rimasto sempre dalla stessa parte: ti consideri un veterano?

Non so a quale parte ti riferisci, per me è difficile capire nell’immaginario collettivo quali siano le parti, ma proverò a dirti quello che penso. Veterano per me è chi ha fatto molteplici esperienze, si è evoluto e adattato a diverse ondate di writers, ha davvero svoltato qualcosa di concreto con le lettere. Prima di tutto per se stesso, non per viverci. Poi chi per sua fortuna ha avuto le occasioni di farsi conoscere e lo ha fatto chi è riuscito a entrare nei ricordi degli altri (intendo fuori), come chi fa un pezzo e non necessita di scrivere il suo nome perché il mondo dei writers ne conosce già la grafia o il lettering. E infine chi ama solo il lettering.
Nella mia città sono cresciuto con gente che mi ha sempre insegnato che fare per propria cultura qualsiasi esperimento artistico ha mille volte più valore di farlo per gli occhi del mondo. L’ideologia della gente che crede ancora al b-boy fiero secondo me va un po’ rivista perchè l’hip-hop è un mezzo di comunicazione talmente universale che sarebbe un suicidio limitare tutti i parametri di valutazione alla sola tecnica senza fantasia, innovazione, comunicazione. Le lettere sono tutto, puoi metterci dentro quello che vuoi.
Io sorrido alle tag dico: cazzo vedi un po’ se sto stronzo è passato pure di qua, ne leggo il carattere, l’indole della persona, i suoi cambiamenti, la grafia ti dice tutto. E poi non c’è cosa più bella di vedere le tag di qualche vero veterano.
Io personalmente vivo a Roma e muoio di gioia quando vedo la roba nuova di Dumbo e Panda. Per me loro sono un’icona e sapere che ci sono che fanno bombing a più di trent’anni o giù di lì mi conforta, mi fa pensare che si può sopravvivere, che si può tornare bambini in una società che ti “imborghesisce” giorno per giorno.
In una grande città la parola veterano assume per me ancora altri significati. Qui a Roma ad esempio mi immagino i veri veterani, quelli che pittano giusto, conoscono i principi della percezione, quelli che pur inconsapevolmente sanno scegliere il punto migliore per essere evidenti, per adattarsi al contesto, oppure fanno i turni di guardia per conoscere l’orario delle guardie, i tombini, le metro, i back jump ecc ecc. Non mi considero un veterano ma un writer ancora inadatto alla scena capitolina.

Cosa ti affascina ancora dopo tanti anni dell’hip-hop?

Prima di tutto la fotta, la voglia di fare, lo stile che influenza e si fa influenzare, e il gruppo i nuovi b-boy che le hanno le loro crew famiglie pronte a tutto per un fratello. Credo soprattutto nei ragazzini nuovi credo in loro perché ci credono.
E poi la comunicazione: io sono qui, io ci sono, a far parte della tua vita, della tua routine. Quello che ho scritto sulla mia, la tua, la nostra strada di ritorno a casa lo vedrai ogni giorno, anche inconsapevolmente farà parte di quella serie di messaggi che per te, che non sei un writer o non ti interessi al writing, sono assimilati inconsciamente dal tuo cervello.
Nella musica poi la comunicazione è tutto. Se io rappo solo di quanto sono bravo è normale che non potrà mai superare il muro dei b-boy quello che dico. Posso anche dirti una marea di cazzate ma se un ragazzino si rispecchia in quello che provo o condivide quello che penso su determinate questioni, allora esco dalla visione b-boy fiero (non mi riferisco a Kaos) e divento un poeta, uno scrittore, un contestatore, ma l’importante è che comunichi.

Ti ha snaturalizzato l’hip-hop? Ti ha fatto sentire diverso o ti ha dato una natura tua propria, una tua identità che altrimenti non avresti trovato?

Dipende. In alcuni periodi della mia vita pensavo che lo stile hip-hop poteva rappresentare tutto quello che era il mio malessere, il disagio ecc. Poi crescendo per certi versi mi sono distaccato, ho pensato il mondo è bello, basta co ste paranoie oppure, questi non sono come me, parlano solo di tecnica ma a me non mi interessa quanto sono veloci a fare rima se non mi dicono un cazzo, ti sfondo, ti spacco il culo e non mi vendo.
Se non comunichi niente a nessuno non sei nessuno, per questo mi sono distaccato un po’ dai gruppi di b-boy che si andavano formando. Ho pensato che la mia ricerca doveva andare oltre, seguire le orme dell’hip-hop ma fondersi a tutto quello che poteva contagiarla e arricchirla.
Ci sono due modi di chiudersi per l’arte: c’è chi si chiude a dipingere solo i suoi soggetti in una ricerca di equilibrio costante e pura dal contagio e chi si chiude e pensa la roba mia è migliore perché ha più tecnica e porta avanti questa tesi senza avere la minima idea di cosa possa emozionare, rivoluzionare, scavare, trovare, arricchirsi.

Il writing può valorizzare le periferie? A cosa serve il writing? Serve concretamente a qualcosa? O serve solo a chi lo fa?

Il cemento, la città, il grigio, il vuoto, lo stereotipo dell’isolamento nella propria cellula, un miniappartamento dove chiudersi a consumare e morire. Ragazzi di periferia disposti a tutto e capaci di tutto, carriere da tossicodipendente brevi e letali, bravi ragazzi svegli e nullafacenti nelle periferie, le borgate, la suburbia, non abbiamo niente da fare. CAZZO SI!
Serve a tutto anche al cuore, il disegno è terapeutico. Per un progettista non c’è cosa migliore per immaginarsi correttamente com’è fatta una cosa che disegnarla da tutti i lati in tutte le prospettive. Il fiore del writing sboccia nelle periferie affogato nel grigio dei palazzoni ed è il miglior compagno di bande di ragazzini in cerca di sogni; un writer che in una periferia si crea dei fan ha fatto tanto ma proprio tanto. Se questi ragazzetti diventano writers anziché gestori di piccoli smazzi da micropusher li ha salvati. In questi piccoli centri o comunità periferiche non c’è via di scampo alla noia, non ci sono passatempi, bisogna assolutamente occupare il tempo in qualche maniera, se non vuoi restare impantanato nella mediocrità (come dice cozza).